Il risveglio di Trieste a fine dicembre è un’esperienza che ti entra nelle ossa, un misto di eleganza asburgica e aria salmastra quando il vento di “Bora” soffia con impeto tra i moli e la Piazza Unità d’Italia. Mentre il sole stenta a sorgere dietro il Carso, guardo davanti a me e vedo, appoggiata sul cavalletto laterale, la Benda LFC 700 e penso che questa moto sembra un oggetto piovuto dal set di un film di fantascienza. Non è una motocicletta convenzionale ma una scultura di alluminio e ingegneristica non catalogabile. Il suo profilo è lunghissimo, rasoterra, dominato da uno pneumatico posteriore da 310 che sovverte qualsiasi regola di “proporzione” motociclistica tradizionale. Quando premo il pulsante di avviamento, il motore quattro cilindri in linea da 676 cc si sveglia con un sibilo elettrico, che si trasforma rapidamente in un ringhio cupo, filtrato da uno scarico laterale a quattro uscite che mi ricorda le branchie di uno squalo.

Lascio Trieste percorrendo le rive, con il mare che brilla di una luce fredda e metallica sulla mia sinistra. La prima sensazione alla guida della LFC 700 è quella di dominarla fisicamente, la posizione di guida non è punitiva, anche se le pedane avanzate ti costringono a una postura aggressiva, quasi a voler abbracciare l’immenso serbatoio. Finita la strada costiera, comincio la salita verso l’altopiano del Carso. Il motore rivela la sua natura di quadricilindrico, ha una fluidità che non ti aspetteresti da una moto con questo impatto visivo, una progressione lineare, quasi setosa, che però acquista una grinta inaspettata superati i seimila giri. La spinta è costante, supportata da una potenza di circa 90 cavalli che, sebbene non sia esplosiva, è perfetta per muovere con autorevolezza questo gigante su due ruote.

Il passaggio sul Carso è un’immersione nel grigio delle rocce e nel rosso bruciato degli arbusti invernali. Tra le curve imparo a fare i conti con la geometria “estrema” di questa moto. Con un interasse così lungo, l’inserimento richiede una tecnica decisa perché l LFC 700 non “cade” in piega da sola ma va guidata di corpo, con una spinta convinta sul manubrio largo e l’appoggio del ginocchio sul serbatoio . Ed è proprio in questa sfida fisica gratificante che trovo il piacere di guida di questa muscolosa cruiser. Quando imposto la traiettoria la moto rimane piantata a terra, come se corresse su dei binari invisibili. Quel mostruoso pneumatico posteriore, che temevo potesse rendere la guida legnosa, in realtà offre una stabilità direzionale incredibile nei curvoni veloci che portano verso Gorizia. Sento il telaio in alluminio lavorare in sintonia con la forcella a steli rovesciati, assorbendo le micro-asperità dell’asfalto con una compostezza che non mi aspettavo da una cruiser di questa categoria.


Proseguo verso nord e il panorama cambia rapidamente, l’aria diventa più densa e il freddo si fa sentire con forza mentre attraverso le valli che portano verso Cividale del Friuli. La Benda LFC 700 attira gli sguardi come poche altre moto sanno fare, ogni volta che mi fermo a un semaforo o attraverso un centro abitato, percepisco lo stupore di chi osserva quella specie di “turbina” frontale che funge da presa d’aria, un dettaglio estetico che conferisce alla moto un volto unico. Il sistema frenante Brembo, dotato di pinze ad attacco radiale all’anteriore, è una garanzia di sicurezza fondamentale in questa giornata dicembrina. La risposta della leva è millimetrica, potente ma mai brusca, permette di gestire il peso della moto con precisione, anche con il fondo stradale reso infido dall’umidità del bosco in inverno.

Courtesy M48 GARAGE

Attraversando il Ponte del Diavolo, a Cividale, la moto sembra quasi fuori luogo tra le pietre medievali: eppure questa contrapposizione tra il design ultra-moderno e la storia millenaria della cittadina friulana crea un’emozione estetica fortissima. Decido di spingermi più a nord, verso le pendici del monte Matajur dove le strade diventano più strette e tormentate. In questo scenario, la LFC 700 richiede rispetto perché non è grande come un’incrociatore. Nei tornanti più stretti bisogna anticipare molto tutti i movimenti, ma la dolcezza del comando del gas e la frizione assistita rendono tutto più gestibile. Il motore urla al salire dei giri, con un timbro che ricorda le medie sportive degli anni novanta, un contrasto affascinante con la ciclistica da custom estrema. Che strana moto…. estetica da “bad girl” e meccanica fluida da stradale pura.

Il giro prosegue verso la zona collinare del Collio. I vigneti si susseguono in file ordinate, disegnano geometrie perfette sulle colline sotto il sole basso di mezzogiorno. Nei lunghi rettilinei che collegano un borgo all’altro la Benda esprime la sua vera essenza di divoratrice di asfalto. La stabilità è assoluta. Anche quando decido di aprire il gas con più decisione la moto non si scompone minimamente, proiettandomi in avanti con una spinta vigorosa. La gestione elettronica è ridotta all’essenziale su questa moto e questo permette di sentire un legame diretto con la trazione del posteriore. Si tratta di un aspetto che apprezzo molto perché la moto è coatruita senza troppi “filtri digitali” tra pilota e asfalto..

Mentre il pomeriggio avanza e le ombre si allungano, sono a Palmanova, nel cuore della pianura friulana. La città stellata è il luogo ideale per una sosta di qualche minuto. Mi fermo a osservare i dettagli della LFC 700: la qualità delle fusioni, il forcellone imponente, la pulizia del design del faro a LED. C’è un’attenzione ai materiali che parla di una nuova era per le moto di provenienza cinese. Non è solo apparenza; c’è sostanza metallica, c’è una ricerca di unicità che si riflette in ogni bullone.

Durante il tragitto di ritorno verso Trieste il sole è a giunto al tramonto dietro le foci del fiume Isonzo. Il colore del cielo regala sfumature violacee che si riflettono sulle superfici satinate della moto. In questo tratto finale decido di godermi la fluidità del quattro cilindri a regime costante. La Benda LFC 700 percorre liscia e silenziosa le lunghe curve che precedono l’ingresso nel capoluogo giuliano. Il comfort della sella si è rivelato superiore alle mie aspettative. Dopo quasi quattrocento chilometri non avverto la stanchezza tipica delle custom più rigide. Merito di un assetto che, pur essendo votato alla stabilità, riesce a filtrare le vibrazioni del motore in modo eccellente grazie a un sistema di supporti antivibranti ben studiato.

Courtesy bendakeeway.com/it

Rientro a Trieste di sera, con le luci del castello di Miramare che brillano in lontananza e il riflesso dei fari sull’asfalto freddo invernale, degno finale di una giornata di guida intensa. La Benda LFC 700 ha dimostrato di essere molto più di un esercizio di stile. È una moto che richiede di essere capita, che impone i suoi ritmi e le sue traiettorie, ma che in cambio offre un’esperienza di guida assolutamente fuori dal comune. Non è per tutti, ed è proprio questo il suo fascino. È per chi vuole sentire il peso della materia, per chi non ha paura di guidare con i muscoli e per chi cerca una connessione viscerale con la meccanica.

Parcheggio nuovamente in Piazza Unità, proprio dove tutto era iniziato dieci ore prima. Sento il calore del radiatore che combatte contro la brezza gelida della sera. Guardo quel pneumatico posteriore smisurato, ora sporco di polvere stradale, e provo un senso di appagamento. La LFC 700 mi ha portato attraverso una regione meravigliosa con un carattere che non ho trovato mai in nessun’altra moto. Non è la più veloce (ca. 200 km/h indicati), non è la più agile, ma è una delle più carismatiche due ruote che io abbia mai avuto il privilegio di cavalcare. Mentre le luci della piazza si riflettono sul quel corpo muscoloso, capisco che il motociclismo passa anche da qui, dalla capacità di osare l’impossibile e di trasformare un disegno folle in una realtà sorprendente.

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